Aetna – Linguaglossa

Anno 1973

L’uomo davanti al portone della chiesa masticava tabacco. Era grosso tanto quanto Calò, e aveva le mani grosse come quelle di Calò. Sedeva a gambe larghe, con i pantaloni sbottonati e i sandali consumati e colorati di polvere.
Angelo lo guardò di sbieco, con le sopracciglia aggrottate.
«Se vado da questa parte, c’arrivo alla montagna?»
La montagna. Gli abitanti di Linguaglossa era così che chiamavano l’Etna.
L’uomo rispose con un cenno del capo che lui prese per un sì.
Si lasciò alle spalle la chiesa e per un po’ continuò a sentire gli occhi dell’uomo su di sé. Poco importava, che guardasse pure.

La strada si snodava tra due file di case, l’una diversa d’altra. Stuccate o con i mattoni in vista; dipinte di giallo; con i grappoli di glicini che piovevano dalle finestre; a uno o più piani; appena costruite, o tanto vecchie che sembravano reggersi per grazia di Sant’Egidio.
Il caldo era soffocante.
Luglio si ostinava a gonfiarsi di calore.
Angelo si fermò. Si tolse il cappello e si passò una mano sulla fronte, trasalendo per il dolore.
Quel fottuto bastardo di Calò, aveva pensato bene di lasciargli un ricordo di addio, come ringraziamento per i milioni lasciati dal vecchio greco.
Era un uomo strano, il vecchio che era venuto a casa loro, a Palermo. Portava i capelli lunghi come quelli di una donna, ma aveva gli occhi di una serpe velenosa. Angelo lo capì subito, che quello avrebbe potuto ucciderli tutti.
Quella cosa che era dentro di lui, il cosmo come lo chiamavano, sembrava che lo stesse per spaccare dall’interno.
Come quell’altra volta…
Il vecchio greco aveva detto di chiamarsi Androkos o qualcosa del genere e di essere qui al posto del suo padrone che ambiva a mantenere l’anonimato.
Parole sue.
Chi fosse il padrone di Androkos, a Calò non importava, tanto gli avevano offerto un bel po’ di soldi per liberarsi di lui.
Ma lui sapeva da dove veniva… e solo un uomo avrebbe potuto mandarlo.
Angelo sputò a terra quei pensieri, mischiati alla saliva che sapeva già di tabacco.
Si fermò e alzò lo sguardo.
Il sole troneggiava al centro del cielo. Un re solitario che non aveva manco uno straccio di nuvola a servirlo.
La strada era sempre più stretta, sempre fiancheggiata da case così vicine che sembrava che stessero per cadere, l’una sull’altra.
Si sistemò meglio lo zaino sulle spalle, tirando le corde perché non pesasse troppo sui lombi.
Si era portato dietro alcune cose che appartenevano a Calò. Cose che a Angelo non sarebbero servite a nulla, ma che a Calò piacevano.
Un vecchio orologio, che pesava quasi quanto lui, tutto di ferro e rame, con suonatori d’organetti e violini; la pipa, quella nera che Calò s’era portato da Trapani e che aveva l’astuccetto d’argento con il tabacco; e il libro che era del padre di Calò, una raccolta di poesie, legato da una striscia di cuoio chiusa da un lucchetto, perché non si doveva aprire, altrimenti si sarebbe disfatto come legna bruciata. E poi, che altro? Il maglione di lana che Calò metteva davanti al camino; un paio di scarpe, numero 43, chiuse in un sacchetto si plastica, ciascuna lunga quanto entrambi i suoi piedi.
E poi le statue. San Pietro che comanda sulle porte, San Cipriano, Sant’Egidio, San Fabiano che tiene lontano i morti erranti, San Michele Arcangelo e la Vergine Maria.

Quando il vicolo si buttò in una strada più larga lastricata di mattoni, Angelo alzò lo sguardo e il vulcano comparve alla sua vista di colpo. Una visione improvvisa, dolorosa.
Angelo lo conosceva l’Etna. Tutti lo conoscono l’Etna. È come un dio che se ne sta sull’isola a borbottare di tanto in tanto. E quando borbotta son lapilli e son colate di lava. Son gente che infagottano i libretti di risparmio e le scatolette di gioielli e scappano in pantofole, lasciandosi alle spalle piatti fumanti di pasta ai capperi e alle olive.

Il Buco si trovava all’incirca tra i mille e i millecinquecento metri. Sicuro più verso i millecinquecento.
Il greco gli aveva ripetuto fino alla nausea quello che doveva fare.
«Dobbiamo assicurarci che tu sia degno.»
«Mi state mettendo alla prova?»
«Vedila così… Essere un Saint di Atena non è cosa da poco, tu lo sai molto bene, Angelo. E la costellazione che veglia sull’Etna non è una costellazione come tutte le altre…»
«Il Cancro, lo so.» Angelo si era gonfiato in petto. Sapeva tutto del Cancro. Era il suo segno ed era stata la costellazione di Manigoldo.
«Già, il Cancro.» aveva confermato il vecchio greco, con un sospiro.
Angelo aveva scoperto dell’esistenza dei Saints quando era ancora un bambino.
L’uomo che era arrivato a Palermo, qualche anno prima, lo aveva riconosciuto subito. Non che l’avesse incontrato prima di allora, ma qualcosa dentro di lui finì in pezzi, e si mescolò.
Era venuto per una missione, probabilmente. Ad Angelo non lo disse. A essere sinceri, non è che si fossero parlati. Lo aveva guardato e basta.
La piazza era deserta. Alle sei del mattino c’erano in giro solo quelli della nettezza urbana, e gli ubriachi che non sapevano più se era giorno o notte.
Lo scontro era durato solo il tempo di un respiro e Angelo aveva pensato che non c’era stata storia.
Era strisciato fuori da sotto la macchina, perché era abbastanza piccolo per passarci e senza distogliere lo sguardo dall’uomo, si era avvicinato.
Lui si era voltato di scatto. Gli occhi socchiusi, illuminati dal riverbero dei primi raggi del sole, che fanno sempre un po’ male.
Angelo non aveva preso in considerazione nemmeno per un momento di stare sognando. Il cosmo, quello che più tardi avrebbe conosciuto con il nome di cosmo, vibrava dentro di lui. Aveva voglia di urlare, di correre, di spaccare tutta la piazza.
I raggi del sole si riflettevano sull’armatura dorata. Il mantello era candido, pulito, nonostante lo scontro. L’uomo (o era un ragazzo?) lo fissò a lungo. In silenzio. I capelli neri ricadevano in ciocche ondulate sugli spallacci d’oro.
Angelo non riuscì più ad avanzare; anche se avrebbe voluto. Ma era come se la suola delle sue scarpe fosse incollata all’asfalto.
Lui aveva sollevato l’elmo che portava nell’incavo del braccio e se l’era calato sulla testa.
Due volti scolpiti nell’oro, uno opposto all’altro. Vita e Morte. Gioia e Dolore. Bene e Male.
Angelo non avrebbe mai più dimenticato quell’uomo, così come non avrebbe mai più dimenticato la sensazione che aveva provato.

Quanto ci vorrà da qui? Otto, nove ore?, calcolò.
Sì, se non si fosse fermato. Se avesse camminato a passo sostenuto. Sotto quel cazzo di sole. L’alternativa era muoversi di notte, ma Angelo non ne aveva voglia. Non che avesse paura, ben inteso. Ma la notte, non gli piaceva… Era meglio trovarsi un riparo di notte.
Con una mano tastò il fondo dello zaino. Le statue erano scivolate verso il basso. Poteva sentire i contorni attraverso la spessa tela.
Ad Angelo non passò mai per l’anticamera del cervello che continuare a portarsi appresso quelle statue avrebbe creato un certo conflitto d’interessi, ma lui era cresciuto tra Trapani e Palermo e Calò gli aveva insegnato a suon di cinghiate l’Atto di Dolore e il Salve Regina, il Padre Nostro e, quando aveva cominciato a vedere cose che non avrebbe mai dovuto vedere, la preghiera di San Cipriano e l’invocazione a San Fabiano.

S’incamminò lungo quella strada che dritta precisa, sgombra di auto, lo avrebbe fatto arrivare al vulcano.
Non ci mise molto a lasciarsi il paese alle spalle e a immergersi nell’arida pianura, punteggiata da arbusti rinsecchiti dal caldo.
Di tanto in tanto si fermava, metteva giù lo zaino e tirava fuori una bottiglia d’acqua.
Di case ne incontrava poche lungo la strada e ogni volta che si avvicinava a una, la oltrepassava, ripetendosi che si sarebbe fermato alla prossima.
Il sole discendeva, di ora in ora, e l’aria si faceva più mite all’approssimarsi della notte.
Angelo aveva camminato per ore, senza fare una vera e propria sosta. Era esausto, ma adesso che la montagna ce l’aveva davanti, non era poi così sicuro di quello che stava facendo.
Prova? Che minchia di prova… scalare una montagna.
Già… scalare una montagna. Androkos era stato nauseante nelle spiegazioni.
«Niente abiti all’infuori di quelli che indossi. Niente corde. Niente moschettoni o altre cose che potrebbero esserti d’aiuto durante l’arrampicata.»
Lui aveva ridacchiato nervoso.
«Dì un po’, mi volete ammazzare?»
Quella storia non gli era piaciuta…
Il greco aveva fatto un sorriso largo, scoprendo una fila di denti bianchi come il sale.
«Prima ti approcci alla morte, prima comprenderai l’essenza del Cancro.»
Alzò gli occhi.
L’ultima volta che aveva guardato il sole, non gli era parso così vicino alla linea dell’orizzonte.
Un brivido improvviso gli passò lungo le braccia. Chiuse gli occhi e si sforzò di raccogliere i pensieri.
Li riaprì e si voltò di scatto verso la strada da cui era venuto.
L’ultima casa che ho passato? Quanto dista da qui?
Non riusciva a scorgerla e attorno a lui sembrava non esserci nulla all’infuori degli alberi, dei campi e delle pendici del vulcano che si facevano sempre più vicine.
Tornare indietro era impensabile; troppo lontano e accamparsi…
Angelo deglutì e accelerò il passo. Un posto dove rifugiarsi, dove accamparsi. Un posto tranquillo dove potersi proteggere.
La notte giungeva, prosciugando i colori del mondo e con essa giungevano gli spiriti.

Non questa notte.

Ma il sole stava tramontando e attorno a lui non c’era nient’altro che il bosco.
Angelo vi si addentrò, per allontanarsi dalla strada. Perché dormire sull’asfalto non era un’alternativa accettabile.
Aveva bisogno di legna e di un posto dove accamparsi, o meglio, dove piazzarsi giù a dormire.
La legna la trovò mentre percorreva il sentiero.
Lo sguardo fisso davanti a sé, concentrato sui rami che selezionava perché prendessero fuoco.
Camminava velocemente, guardandosi attorno. Si fermava e si piegava, poi raccoglieva e si tirava su di scatto. Le braccia cariche, gli occhi sbarrati.
Il bosco non era fitto; la luce trovava ancora spazio, ma Angelo lo sapeva che era per poco.

La radura era uno spazio ristretto. Sembrava esser stata tenuta lì apposta per lui. Gli alberi la circondavano, vigili. Sentinelle di legno, dalle chiome fluenti.
Angelo appoggiò lo zaino a un tronco e si inginocchiò a disporre la legna.
Le fiamme palpitarono e il calore gli inondò le mani e il volto.
Gli spiriti comparvero con l’avvento della notte.
Vennero su dalla terra, attraversarono i tronchi e scesero dal cielo. Pallidi come il ricordo, inconsistenti come una promessa, nei loro volti, la disperazione e l’angoscia. Maschere che non esorcizzavano nulla e non proteggevano nulla perché erano loro stesse il terrore.
Angelo si affrettò a segnare il cerchio, tracciandolo sul terreno con l’aiuto di un ramo. Vi rinchiuse il fuoco, se stesso e il suo zaino.
Si tuffò nello zaino e dal fondo tirò fuori le statuette.
Calò aveva l’abitudine di batterlo, sia che ci fosse un motivo, sia che non ci fosse, ma quando si trattava di spiriti, Calò sapeva molte cose e molte cose gli aveva insegnato.
Diceva che erano cose che venivano da sua nonna, Agata. A Erice, da dove veniva, nonna Agata era chiamata “la strega” e la gente ci andava quando le cose non andavano come dovevano andare. E allora “la strega” dava loro santini e diceva di pregare la Madonna e San Cipriano. E dava loro sacchetti da non aprire e da portare a contatto con la pelle. E manciate di pietre, prese chissà dove. E diceva loro di avere fede che la Santissima Vergine li avrebbe protetti.
“la strega” aveva insegnato tutto al suo unico nipote, e gli aveva parlato del potere della fede che è cosa più alta e forte contro gli spiriti del male.
E Calò lo aveva insegnato a lui, per mezzo di cinghiate a calci. Ogni sera un rosario, ogni mattina la sequela di preghiere…
Angelo dispose San Pietro a Nord perché tenesse chiuse le porte e San Fabiano che protegge dagli spiriti erranti lo mise a ovest, dove il sole tramonta perché è da lì che gli spiriti vengono. Mise Sant’Egidio e San Cipriano al fianco di San Fabiano e San Michele Arcangelo a protezione della Vergine Maria a sud, in direzione di Nazareth.
Gli spiriti si arrestarono. Le loro voci si affievolirono. La loro attenzione era attirata dalle statue che immobili vigilavano su ciò che stava nel cerchio.
Angelo sollevò la testa.

Erano lì. Una masnada di anime erranti che lo circondavano. Sempre. Ogni notte. Sempre più forti, sempre più angosciosi.
Gli si avvinghiavano con disperazione. Le loro dita erano viscidi tentacoli da cui non poteva liberarsi.
Le loro lamentazioni, stridevano come le unghie sulla lamiera. Lo imploravano, ma lui non capiva quello che gli dicevano.
I loro volti imbrattati di sangue sembrano liquefarsi, mentre gridavano. Bambini che gli si aggrappano addosso, con i volti deformati dal dolore e dalla paura. I morti ammazzati con le ferite che pulsavano e il sangue che continuava a scorrere e a scorrere senza fine e la cacofonia delle loro voci…
Vane erano le fughe. Essi correvano con lui.
Vane le grida e le minacce. Essi gridavano più forte, imploravano più forte.

Angelo si era avvolto il Santo Rosario attorno al polso e stringeva la croce, mentre con occhi sbarrati fissava il bosco e le anime in attesa.
Chiuse gli occhi e iniziò.
«Signore, pietà. Cristo, pietà. Signore, pietà. Dio padre, nostro creatore abbi pietà di loro.»
La sua voce era come un mormorio costante, mentre ripeteva le litanie. Gli spiriti lo ascoltavano, Angelo non sapeva se era per la cadenza monotona della preghiera, quasi come se fosse un incantesimo o per il suo effettivo potere.
Credeva, perché nella fede era stato cresciuto e pregava, perché quello era il modo in cui poteva evitare le botte. Alcune. Non tutte naturalmente. E pregava i Santi perché faceva calmare i morti. In qualche modo…
«San Michele Arcangelo, prega per loro; San Gabriele, prega per loro… »
Ma le voci, d’un tratto, ritornarono a farsi sentire.
Angelo aprì di scatto gli occhi, interrompendo le Litanie. I contorni del crocifisso che stringeva nel palmo gli si conficcarono nelle carni.
Abbassò lo sguardo e si guardò attorno. Il cerchio era al suo posto.
Non possono entrare. Non possono raggiungermi.
«San Raffaele, prega per loro. Voi tutti santi Angeli di Dio, pregate per loro.»
Le voci si levarono, più alte e più acute. Gli penetravano nel cervello, gli rovesciavano le ossa.
Angelo recitò più velocemente, con frenesia. Come se la sua salvezza dipendesse dalla rapidità con cui avrebbe concluso le Litanie. Ma le voci lo confondevano, gli facevano saltare passaggi, invertire i Santi. Mise San Giuseppe negli Apostoli e saltò i martiri per passare direttamente ai santi vescovi.
Si interruppe di botto.
E’ tutto inutile.
Non serve più a nulla.
La coperta che aveva tirato fuori dallo zaino, mentre rovistava, giaceva accanto a lui; un piccolo monticello di stoffa.
Avrebbe dovuto fare caldo, e invece no, faceva sempre freddo quando c’erano loro. Un freddo che ti asciugava i pensieri.
Afferrò la coperta con rabbia e vi si nascose sotto. Gli occhi serrati. Le mani a coprirsi le orecchie.
Ma le voci continuavano, le urla si facevano più insistenti.
E erano lacrime e lamenti.
E ciò che non avevano fatto le Litanie, ciò che non avevano fatto le statuette e il cerchio, lo fece la stanchezza.
Senza preavviso, il sonno arrivò a liberarlo. E il suo abbraccio aveva il tepore del nulla e la promessa di pace.

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14 thoughts on “Aetna – Linguaglossa

  1. Scritto molto bene e belle immagini descrittive.
    L’ambientazione italiana non è nelle “mie corde”, ma si fa leggere e si arriva alla fine del racconto senza difficoltà.
    Ben fatto. Veramente ben fatto.

    1. Grazie! 🙂 Mi fa piacere che questa storia ti piaccia, sebbene sia una fanfiction. Se devo essere sincera, io ho scritto pochissime cose ambientate in Italia. Qui ci sono determinati vincoli imposti dalla serie originale, ad esempio l”ambientatazione siciliana per quel che riguarda il protagonista.

      1. Mi avevi già spiegato le fanfiction… ma puoi farmi un riassunto? Sono una capra.
        L’ambientazione italiana mi riesce male, non chiedermi perché… persino scrivere i nomi in italiano mi stona. Non ce la faccio.
        La tua, invece, sta venendo fuori bene.

      2. Dunque, la fan-fiction è un racconto, una serie di racconti, oppure una storia a capitoli che una persona scrive ispirandosi a storie esistenti che possono essere film, telefilm, libri, manga, anime. Tali storie possono riguardare approfondimenti di eventi presenti nell’opera originale, possibili sequel o prequel, versioni alternative e via dicendo.
        Il mondo amatariole e non critica il mondo della fanfiction per il basso livello delle sue produzioni, a ragione, in quanto in percentuale le fanfiction scritte male sono la maggioranza. 😀

      3. Ahhh ecco, mi ero completamente dimenticato di questa mirabile spiegazione (che mi avevi già dato e in maniera altrettanto chiara).
        Adesso tocca alla domanda due: a cosa ti ispiri te? 😀

      4. Uhm … a qualsiasi cosa? Ho sempre messo tutto quello che mi veniva in mente e che ritenevo plausibile. Trovo che sia divertente giocare con le storie e vedere cosa può accadere. 🙂

      5. Ah, ma dici questa storia nello specifico? È un prequel di Saint Seiya e racconta l’addestramento di Cancer, secondo il mio pdv. Le basse temperature mi congelano il cervello

      6. Ahahahaah.
        Grazie… tu devi capire che io sarò Zeus, sarò bello, ma sono scemo come una capra… 😀
        Non brillo di grandissima intelligenza perciò tutto va messo bene per iscritto 😀

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