Aetna – Epilogo

Anno 1986

Deathmask varcò la soglia del Quarto Tempio. La sua dimora. La Casa dai Mille Volti, come l’aveva denominata beffardo Aphrodite, il giorno in cui gli chiese per quale ragione Atena non gli ordinasse di ripulirla.
«A volte, viene da chiedersi quale sia la giustizia che lei persegue, se ti permette di tenere quei trofei.»
Deathmask si era stretto nelle spalle e non aveva ribattuto con una frase sprezzante com’era suo solito.
Atena non gli aveva mai detto nulla e non era nemmeno mai venuta nella Quarta Casa, così come, per quel che ne sapeva, non era mai entrata in nessun’altra delle Case dello Zodiaco.
Ma sapeva …
Le urla di colpo ripresero. Urla a cui era abituato fin da bambino, urla che lo accompagnavano e che in passato lo avevano riempito di terrore. Imploravano, piangevano, lo maledicevano.

… come sempre. . .

«Chiudete quella cazzo di bocca.Voi non sapete. Non conoscete quel posto.» abbaiò, mentre il suo sguardo si fermò ancora una volta sull’unico spazio vuoto in mezzo alle mille Maschere di Morte.

L’armata di Arlecchino
falange di dannati
strappati anche alla pace
che tocca ai caduti
trascina le sue insegne
trascorre nazioni
l’armata di Arlecchino
non brucerà all’inferno
né porterà gli allori
dovuti agli eroi
perché nel sangue sparso
è il fiore dei carnai

Hellequin Song, Cesare Basile

Aetna – Rosalia

Deathmask si guardò attorno.
I cani erano scomparsi, risucchiati dall’oscurità.
C’era riuscito. Aveva spalancato le Porte dell’Ade.
I suoi pensieri.
Il Cancro comanda sulle anime.
Egli è padrone della Vita e della Morte.
L’euforia lo attraversava come ondate elettriche.
«Vi aspetto»
Grazie ai cani di Adranòs, era riuscito a scoprire dentro di sé, la sua vera forza.
«Strati di Spirito» ridacchiò.
Un nome antico. Un nome tramandato in tutte le lingue del mondo. Tante, quanti avevano vestito l’armatura del Cancro.
quel maledetto mi aveva detto che mi amava
mein sohn mein sohn
je n’ai pas fait rien de mal
Gli spiriti emersero dalla roccia.
Deathmask sollevò un braccio, il dito puntato verso l’alto.
Sentiva il cosmo fluire dentro di lui, attraverso di lui. Non si era mai sentito così potente.
Io sono forza e sono potere.
Io comando la morte.

I suoi occhi erano dilatati nella follia mentre gli Strati di Spirito lo circondavano.
vorrei che tutti morissero
è così doloroso
fa male
Adesso riusciva a capirli. Com’erano chiare le loro voci. Parlavano tutte le lingue del mondo e lui le capiva tutte.
«Venite da me,» gridò.
Le labbra stirate in un ghigno.
save me please
uccidili voglio che tu li uccida
che siano maledetti
oh signore abbi pietà della mia anima
dov’è la mamma non trovo più la mia mamma
Implorazioni. Disperazione. Solitudine. Paura. Dolore.
Eccola la morte.
Eccolo il suo volto.
Deathmask scorgeva un vuoto spaventoso. La morte non era in quegli spiriti, era oltre loro. Era dove loro si rifiutavano di andare.
Un tempo, lontano, molto lontano…
… percorreva le strade portando con sé le anime disperate, gli spiriti che restavano tenacemente aggrappati alla vita. Erano per lo più soldati, morti ammazzati, condannati…
Ma quel tempo è finito. Adesso è tempo di andare.
Il buio lo circondò.
La morte.
Il mistero più grande.

«E così questo è l’Oltretomba?» disse a sé stesso.
Non appena aveva cominciato a guardarsi attorno, capì di esserci già stato in passato.
No, non come Manigoldo… molto prima… molto, molto tempo prima…
Il cielo rosso sangue, le rocce nere. Il paesaggio arido e senza vita. E quella voragine enorme. Quel pozzo senza fondo.
L’occhio del nulla.
Gli spiriti presero a gridare e a implorare.
salvami ti prego
non voglio andare
ayuadame
che tu possa marcire all’inferno
Gli spiriti presi dalla disperazione si aggrappavano a lui.
«Siete morti! Morti!» Deathmask li afferrava uno a uno e li sbatteva a terra. Con i calci li mandava verso la voragine. «E’ lì che dovete andare! Lì…»
Questi maledetti, prima mi fanno quasi impazzire e adesso che li porto dove vogliono andare…
Ma gli spiriti continuavano ad aggrapparsi a lui.
Deathmask non ce la faceva più. Restò immobile, mentre pensava a qualche altra mossa, e tanto bastò perché si rendesse conto che gli spiriti si aggrappavano a lui perché la voragine li attirava.
A uno a uno, quelli che lo tenevano stretto lasciarono la presa, e furono trascinati via.
Angelo scoppiò a ridere.
La morte non da scampo. Non si può sfuggire alla morte.
Attorno a se vedeva centinaia, no migliaia e migliaia di spiriti. Alcuni tentavano di fuggire, ma la maggior parte camminava ordinatamente, in fila.
Rassegnati.
Restò a fissare quelle file per un po’.
Poteva anche andarsene. Ormai aveva capito il mistero degli Strati di Spirito e sapeva che avrebbe potuto mandare un’anima nell’aldilà in un pensiero. E ciò significava che poteva strappare l’anima anche da chi era ancora in vita.
Serrò le labbra in una linea sottile e strinse i pugni.
I suoi denti cozzarono gli uni contro gli altri.
Il cuore aveva cominciato a battergli forte…
Rosalia.
Un sussurro?
Un pensiero?
La sua bocca si era aperta?

Rosalia camminava insieme a tutti gli altri. Rassegnata alla morte. Aveva capito subito che era lei, non appena l’aveva scorta, anche se nella morte le anime tendevano ad assomigliarsi. Ma lui ricordava bene Rosalia… I suoi capelli come colate di petrolio. L’andatura fiera.
Angelo allungò la mano verso di lei…

L’orrore.
Il terribile destino della morte.
Il buco nero verso cui le anime – Rosalia –  precipitavano.

Angelo si guardò le mani percorse da tremiti.
Ormai stava diventando più difficile respirare e lui cominciava ad avvertire una leggera sonnolenza.
Capì di essere stato nell’aldilà troppo tempo.
Espandé il suo cosmo e attraversò nuovamente il confine dell’oltretomba per ritrovarsi nel mondo dei vivi.

Quando uscì dal vulcano, la luna era una falce che splendeva nel cielo e Petre sedeva sulla sua roccia. Quella sulla quale si era seduto negli ultimi tre anni in cui Deathmask aveva vissuto sulle pendici dell’Etna.
Abbassò lo sguardo ad ammirare il pettorale del cloth che indossava. Sembrava essere stato forgiato proprio per lui. Perfetto.
«Allora, Angelo, dimmi… Hai compreso l’essenza del Cancro?»
Deathmask strinse i denti, infastidito dall’udire il Maestro pronunciare il nome che lui aveva deciso di abbandonare, ma decise di lasciar perdere.
Ancora poco e avrebbe raggiunto il Grande Tempio per prestare giuramento e allora avrebbe dato un unico nome e con quello lo avrebbero conosciuto nei secoli a venire.
«L’essenza del Cancro, maestro?» ripeté, resosi conto di non aver risposto.
Petre attendeva.
Le labbra di Deathmask si piegarono in un ghigno.
«Non è ovvio, maestro?» disse. «Il Cancro è morte, è l’atrocità del nulla. E la morte, Maestro, la morte non ha voce.»
Petre chiuse gli occhi. Un istante, solo un istante e Deathmask vide le lacrime brillare al chiarore della notte.
«Perché, maestro?» fece il Saint di Cancer, mentre avanzava verso di lui di qualche passo.
La sua voce tremava di rabbia e dolore.
«Che cosa vedete attorno a voi, maestro? Io non vedo nient’altro che morte. Non c’è speranza… non c’è salvezza. C’è solo il vuoto, Maestro. Io l’ho visto quel vuoto… tutto è meglio di quel vuoto.»
Un singhiozzo e poi un altro ancora. Deathmask si piegò su se stesso. Angelo si piegò su stesso. L’armatura era così pesante, adesso. Lo stomaco… lo stomaco gli faceva male.
La mano di Petre sulla sua spalla pesò come un macigno.
Angelo sollevò la testa verso l’uomo.
Petre lo aveva visto piangere così tante volte. Lo aveva visto piangere di rabbia e frustrazione. Aveva causato le sue lacrime e le aveva lenite.
«Quando?» domandò in un sussurro.
«La notte di Sant’Egidio. Il giorno prima che affrontassi la prova.»
«E non mi avete detto nulla?»
Angelo si era alzato e aveva fatto qualche passo indietro, allontanandosi da Petre.
«Non potevo dirtelo, mi disp…»
«Era là… con i morti. Potevo portarla indietro… Potevo riportarla qui…. Non mi serviva più. Le ho detto che doveva lasciarmi in pace. Le ho detto che non m’importava niente di lei. Non mi importa niente. È solo una puttana. L’ho vista…. era lì e io…  »
«È stato un incidente, Angelo.» lo interruppe l’uomo infilandosi in un respiro.
Angelo sbarrò gli occhi.
«Hai presente la via fuori da Linguaglossa, quella che porta qui?»
Angelo annuì, svuotato.
«Era uscita. Stava camminando a bordo strada. L’auto è sbucata fuori da una curva. E’ stato un incidente, Angelo. L’uomo che la guidava si è fermato a prestarle soccorso, ma…»
«Perché era lì, su quella strada? Cosa ci faceva lì?» trovò la forza di chiedere.
«Stava tornando a casa. Era stata da sua zia, che abita da quelle parti.»
Angelo si allontanò.
Non riusciva a fermare le lacrime. Sentiva che stava perdendo con esse una parte di sé. Se lo sentiva. In quelle lacrime c’era il ragazzo che aveva amato Rosalia e l’aveva disprezzata per vergogna. C’era quello che aveva abbassato la testa davanti a Vito e quello che si faceva picchiare giù a Linguaglossa.
C’era ciò che era… e ciò che non voleva mai più essere. Per questo non fermò quelle lacrime… Le pianse tutte, perché quando il sole sarebbe sorto, mai più una lacrima avrebbe solcato il suo volto.

L’auto sobbalzava dolcemente, diretta a Catania.
Deathmask riposava sul sedile posteriore, a braccia incrociate. La testa appoggiata al finestrino. Gli occhi chiusi.
Petre gli aveva detto addio davanti al Buco. Con gli occhi arrossati dalle lacrime.
L’aveva deluso.
Non aveva compreso.
Ma che ne sapeva lui, dell’essenza del Cancro? Lui che non era nemmeno stato in grado di ottenere un misero cloth di bronzo.
Aprì gli occhi.
Due pietre che fissavano la linea bianca e l’erba che cresceva a bordo strada.
Si scostò dal vetro.
Sullo sfondo, l’Etna si allontanava…

… se c’è una cosa che gli abitanti di Linguaglossa sanno è che à montagna non dorme mai, ma a volte si scuote e la sua voce è la voce di Dio.

Aetna – Adrònos

Angelo procedeva lentamente, un passo alla volta. Ammantato dal cosmo, scendeva lungo le pareti scoscese, attento a non scivolare sulle pietre incandescenti.
Di tutto il calore, la sua pelle percepiva soltanto una tenue brezza.
Gli spiriti erano silenziosi.
Da tempo, ormai, avevano smesso di parlargli. E non si facevano vedere.
Di tanto in tanto, lui si voltava di scatto, nel tentativo di scorgerli. Ma loro erano rapidi come il pensiero, e scomparivano sempre, senza lasciare nemmeno uno sbafo di fumo.
Per tre anni aveva guardato al vulcano, interrogandosi su quale fosse la prova da superare per poter essere Deathmask del Cancro.
Deathmask.
Era questo il nome che aveva scelto… Questo il nome che avrebbe detto, quando sarebbe giunto al cospetto di Atena.
Aveva chiesto a Petre di parlargli di lei. A lui che non l’aveva mai vista.
«E’ ancora una bambina… dovrebbe avere, all’incirca tre o quattro anni.»
«Una bambina?»
E se Hades si fosse svegliato prima del tempo, che ci facevano loro con una dea che non era nemmeno in grado di allacciarsi le scarpe?
Ma che sciocco… sicuramente aveva un mucchio di ancelle che le impedivano di alzare un dito ed erano pronte a riverirla.
«L’hai mai incontrata?»
Petre aveva aggrottato la fronte, come se quella fosse una domanda molto difficile.
«Non è ancora cosciente…»
«Cosa significa?» lo aveva interrotto di colpo.
Il modo in cui Petre aveva parlato. Quel dubbio che aleggiava attorno a loro… Era incerto della loro dea?
«Ogni volta che Atena viene nel mondo materiale, lo fa incarnandosi in un corpo umano e quindi sperimenta le stesse fasi della vita di un essere umano.»
«Fammi capire…» si era interrotto.
A lui questa cosa non era piaciuta. Non aveva mai pensato ad Atena, prima di allora e forse aveva cominciato a farlo perchè la fine del suo apprendistato si avvicinava.
«Fammi capire» aveva ripetuto. «Finchè non prende coscienza di sè stessa in quanto dea, lei è come un normale essere umano?»
«In un certo senso sì.»
«Ma è già dea… voglio dire… non è come Hades o Poseidone che hanno bisogno di tramiti.»
«No, Atena è Atena.»
Lui aveva scosso la testa. Non andava bene. Non andava per niente bene.
«Credo che sia sciocca.»
Se quella conversazione si fosse svolta due anni prima, Angelo non avrebbe visto arrivare la mano di Petre, nè tanto meno sarebbe riuscito a schivarla… ma quel giorno ci riuscì.
«Sei diventato lento, Petre.» lo canzonò, incapace di nascondere il giubilo per quell’esile vittoria.
«Può darsi.» gli aveva risposto l’uomo, mentre tornava a sedersi. «Ma tu dovresti stare attento a quello che dici, Angelo. Non sei pi๠un bambino.»
«No, infatti.»
Poi, mentre Angelo si era avvicinato al Buco, Petre lo aveva chiamato indietro.
«Non da lì.»
«Non entro dal Buco, maestro?» gli aveva chiesto.
«No.»
Fu la lapidaria risposta dell’uomo.
Angelo aveva seguito con lo sguardo il punto indicato da Petre.
Nella roccia, nascosta dalle fronde degli alberi si apriva una cavità che era sicuro di non aver mai visto prima.
«Là » lo aveva esortato Petre. «Ti attende la tua prova. Se il suo esito sarà di morte o di vita, dipenderà solo da te.»

Un rumore mise in allerta i suoi sensi. Era come di un qualcosa che raspava.
Il rumore si ripetè, questa volta pi๠lontano.
Nell’Etna vivevano forse degli animali?
Aggrottò la fronte. Lo credeva improbabile.
Eppure, a poco a poco, i rumori crebbero e ad essi si aggiunsero anche scintillii rossastri.
Occhi, pensò Angelo.
Occhi che lo fissavano. Zampe che raspavano.
Il primo cane emerse dalle ombre delle rocce.
Il riflesso del fuoco era la luce che gli permetteva di scorgerlo.
Il cane gli stava davanti. Il muso rivolto verso di lui. La lingua penzoloni di lato. Le orecchie flosce che avrebbero dovuto mitigare il suo aspetto, ma ben poco facevano in quella mole massiccia e ben piantata.
Angelo aveva già visto quel tipo di cane. Nero come la notte, con il vezzo di pelo rossiccio a tingergli il muso, il petto, e la punta delle zampe.
Sapeva essere feroce.
E li c’è n’erano a decine.
Si guardò attorno e si corresse.
No. Erano ovunque. Centinaia.
E quelli non erano cani come quelli a cui era abituato. Quei cani erano veramente grossi e … non erano di questo mondo.
«Chi sei tu, che osi varcare la Soglia?»
Angelo involontariamente arretrò.
Quel cane gli aveva fatto una domanda. Quel cane parlava. I cani non parlano.
«Rispondi, mortale. Se non vuoi che ti sbraniamo.»
E a sottolineare quella minaccia, centinaia di cani ringhiarono all’unisono.
«Mi chiamo An… Deathmask.» drizzò le spalle. «Deathmask di Cancer.»
Non era proprio esatto, ma lo sarebbe stato presto.
Il cane rise.
I cani possono ridere?
«Maschera di morte.» disse il cane. «Ti sei scelto uno strano personaggio da interpretare.»
«Un personaggio che non ammette sconfitta.» tenne duro Angelo.
«Oh, su questo non ci sono dubbi.» confermò sarcastico il cane, poi aggiunse. «E dimmi, Maschera di Morte perchè sei qui?»
Perchè era qui?
Bella domanda.
Perchè c’erano centinaia di cani nell’Etna, sarebbe stata la domanda pi๠logica.
Giusto.
Arricciò lievemente le labbra.
«Tu, piuttosto, chi sei? I cani non parlano.»
Di nuovo la risata.
«Perspicace, mortale.»
Altri cani vennero fuori da dietro le rocce. Angelo fece rapidamente un giro su sè stesso. Ovunque scorgeva il profilo dei molossi.
«Noi siamo i custodi della Fucina, il cuore dell’Etna. L’Adranòs. »
«Ma Adranòs è un dio.» esclamò, quasi indignato Angelo.
Adranòs.
Sapeva perfettamente di chi stava parlando. Il dio siculo dell’acqua e del fuoco. L’antico dio che forgiava metalli all’origine del mondo, prima dell’avvento di Efesto e prima di Vulcano.
«E dio continua ad essere, ma non come tu, mortale, puoi immaginare.» Il cane alzò il muso. Emozioni umane. Un cane che pensava da uomo. Angelo scosse la testa. La prova consisteva forse nel farlo impazzire?
«Questo che vedi, Maschera di Morte. Questo, l’Etna stesso è Adranòs.» Tornò a fissarlo, prima di aggiungere: «E noi, mortale, noi siamo i mille cani che servivano Adranòs quando egli camminava sulle pendici della Montagna di Fuoco.»

«Hai un nome?»
«Adranòs conosceva il mio nome. Ma io l’ho dimenticato.»

«E quindi? Devo affrontarvi tutti insieme o uno per volta?»
«Ha importanza, mortale?»
Il cane piegò la testa e iniziò a ringhiare.
Angelo si mise in guardia, come aveva fatto centinaia di volte nell’affrontare Petre e espandè il cosmo.
Ormai padroneggiava la Velocità dei Gold e sentiva come se fosse nato con il Settimo Senso.
Un battito di ciglia.
Un battito di ciglia e li avrebbe annientati tutti.
E un battito di ciglia fu, ma le cose non andarono come si era immaginato.
Angelo piegò il ginocchio a terra.
Le braccia, le gambe, la schiena. Sentiva il sangue fluire dalle ferite. Lo avevano colpito con le unghie, le fauci, i corpi massicci.
Com’era possibile? Lui che padroneggiava la Velocità dei Gold.
«Ringrazia il Fato, mortale, di vivere in un’epoca in cui dominano gli Olimpi. La vostra stoltezza è imbarazzante.»
«Come osi, Cane.»
Angelo bruciava di rabbia. Rabbia per l’atteggiamento di quel cane del cazzo. Rabbia per non aver fatto a quelle bestie dell’inferno nemmeno un graffio.
«Te lo ripeto, mortale. Sei stolto. Non comprendi cosa ti è richiesto e attacchi nel modo sbagliato.»
«Vorresti darmi lezioni di strategia?»
Il Cane distese il muso in quello che Angelo aveva imparato a riconoscere per un sorriso.
«No, ti sto solo dando un suggerimento. Perchè sei qui, mortale?»
Perchè sei qui?
Gliel’avevano già fatta quella domanda.
Perchè era qui?
Per diventare il Gold Saint del Cancro.
Per essere il Cancro…
E come poteva esserlo?
Come poteva sconfiggere i mille cani di Adranòs?

Come in passato, quando Petre gli aveva posto la stessa domanda, le due cose erano sovrapposte. L’una necessitava dell’altra.
Petre… maestro.
Le parole dell’uomo gli affiorarono come ondate.
Parole che gli aveva detto, tanto tanto tempo fa.
Ascolta molto bene … non è fondamentale la forza fisica … non è da lì che trai il tuo potere.
I cani attendevano.
Non erano lì per attaccare.
Erano lì per ricevere.
Non è dalla forza… non è dalla Velocità …

Chi sono?
Io sono la Morte.

Come una diga, le barriere della sua consapevolezza cedettero.

Posso uccidere in un istante. Con un pensiero.
L’Ade è la porta e io ho la conosco. Da tempo, da molto tempo.
Che ci vuole?
A raccogliere le anime
Io posso
Posso mandarle nell’Ade, posso distruggerle e posso


raccoglierle attorno a me e iniziar la Caccia.

E vide negli occhi del Cane il trionfo.
E poi il suo cosmo scheggiò in un pensiero e ogni cosa scomparve.

Aetna – Umiliazione

Angelo sputò sangue e saliva e si pulì la bocca con la manica della camicia.
Fissava il pavimento. Immobile. Il cuore batteva lo stretto necessario. Se avesse potuto diventare asfalto lui stesso.
Maestro, fatemi diventare più forte.
Di colpo l’immagine di Petre si sovrappose al grigio della strada.
L’uomo seduto al tavolo, con la sua bottiglia di vino. Una scena a cui aveva assistito più e più volte durante gli ultimi anni.
«Più forte?» gli aveva chiesto Petre, dopo aver bevuto un sorso di vino.
«Sì, più forte.» Angelo gli aveva mostrato le mani, le braccia. Era stanco di quella debolezza.
«E che cos’è la forza, Angelo?»
«La forza è sconfiggere il proprio avversario. Colpirlo fino a non farlo più alzare. Chi è forte non ha paura, è rispettato, può fare quello che vuole. Io avrò il cosmo più potente di tutto il Grande Tempio. Sarò il migliore, il più temuto. Tutti dovranno inchinarsi e avere paura…»
«Quindi, tu vuoi terrorizzare… è questa la tua idea di forza?»
Petre si era voltato verso di lui. Gli occhi del suo maestro che non si muovevano di un centimetro dai suoi.
Angelo aveva arricciato le labbra come se provasse disgusto.
«Perché, per voi, la forza è altro?» lo aveva sfidato.
«Quello è un tipo forza, Angelo, ma è una forza fasulla che serve per coprire.»
«Che cosa? Cosa coprirebbe?»
La paura.
Gli aveva risposto.
La paura, quella che stava provando lui in quel momento.

Uccidilo.
« … non fargli del male»
Angelo sbatté le palpebre. Era svenuto? Qualcuno stava gridando. Dentro di lui, fuori di lui.
Lo sentiva. La sentiva.
Angelo tirò su la faccia.
Il sapore metallico del sangue infilato tra i denti. Un colpo di tosse.
Scarpe costose. Lucide. Scarpe da uomo. Scarpe di pelle rossa. Scarpe con il tacco da donna. Sneakers all’ultima moda. Le stringhe slacciate.
E poi altre scarpe. Scarpe che non conosceva, che non aveva mai guardato.
Lui, il Cancro.
Strisciava a terra, come un verme. Percosso da uomini che avrebbe potuto…
Uccidere.
«Non fargli del male. Per favore, zio Vito. Non fargli del male.»
Angelo cercò di alzarsi, ma qualcuno lo colpì allo stomaco.
Aveva visto arrivare il pugno. Avrebbe potuto evitarlo mille volte, ma il suo corpo non si muoveva, le sue membra erano rigide.
Una simile umiliazione.
Davanti a loro.
Davanti a lei.
Rosalia cercò di liberarsi dalla stretta di Michele.
Piangeva.
Per lui.
Sempre.
Non sapeva far altro che farla piangere.
Alle sue spalle, Michele le stringeva le braccia. Le impediva di correre da lui, e le impediva di andarsene.
Doveva vedere. Assistere. Capire le cose che non le venivano dette.
Vedere come striscia un pezzente.
Sapere che loro potrebbero ucciderlo in qualsiasi momento.
Lo vedi Rosalia, chi è che ami?
Non è niente.
Non è nessuno.
Uno degli uomini di Vito lo prese per i capelli.
Vito non lo aveva toccato. Non voleva sporcarsi le mani.
Angelo fu costretto ad alzare la testa verso l’uomo.
Gli occhi di Vito erano gelidi. Le labbra, una striscia sottile.
Non aveva bisogno di parlare.
Angelo sapeva. Lui sapeva.
Si rimise in piedi. Le mani appoggiate sulle ginocchia per conservare una parvenza di equilibrio.
Tentò di sorridere. Ma la bocca gli faceva male. Avrebbe voluto toccarsi il volto, alzare la testa. Ma sapeva che se avesse abbandonato quella posizione sarebbe caduto. E non poteva cadere, non mentre mentiva.
«Rosalia, dite?»
La sua voce tremava.
Non devo tremare.
Deglutì. Trasse un respiro profondo.
«Mia nipote, Rosalia.» confermò Vito. «Mi hanno riferito delle cose su voi due…» s’interruppe per un attimo, mentre lo squadrava. «I miei uomini ci sono andati giù pesante.» constatò senza preoccuparsi di celare la soddisfazione.
Oh, sì… certo. Le domande vengono sempre dopo, vero?
«Qualsiasi cosa vi abbiano detto, don Vito, vi hanno mentito.»
«Come? Non sei il fidanzato di Rosalia?»
C’era sorpresa nella sua voce?
Fingeva così bene.
Uccidilo.
Di nuovo. Angelo scosse la testa.
Alla voce, a Vito.
«No, non mi importa nulla.»
Angelo sentì un brivido percorrergli la schiena, quando Vito gli cinse le spalle con il braccio.
«Molto bravo, ragazzo. Molto bravo.»

Angelo si toccò le braccia, la faccia, lo stomaco. Era un dolore unico. Ogni centimetro della sua pelle gli faceva un male cane. Sarebbe dovuto andare all’ospedale.
Sentiva il volto pulsare, come se scottasse da dentro. Si toccò il labbro e sussultò.
Era seduto su una pietra miliare fuori il caseggiato di Linguadoca. La strada si estendeva davanti a lui, sommersa dalla luce dorata del tardo pomeriggio.
«Per un attimo ho creduto che parlassi sul serio.»
La figura di Rosalia, in piedi davanti a lui, si era sovrapposta a un pezzo del paesaggio.
Angelo aggrottò la fronte e tornò a fissare le ombre lunghe sul selciato.
«Eri così credibile.» rise lei. «Ma stai bene, Angelo? Certe volte lo zio Vito esagera.»
Angelo sollevò la testa di scatto. Non sapeva se ridere o piangere.
Mi ammazzano di botte, e tu ridi, puttanella?
Inghiottì le male parole che aveva voglia di sputarle in faccia.
È solo colpa tua se mi trovo in questa situazione.
Angelo si alzò. Doveva tornare al Buco. Doveva vedere Petre… dirgli che non poteva più andare avanti così.
«E’ meglio che tu vada, Rosalia.» le disse, senza guardarla.
«Cosa c’è? Sei arrabbiato?»
Lei si aggrappò alla sua camicia.
«Mi dispiace. Mi dispiace, tanto.» singhiozzò mentre lo spingeva verso il basso affinché tornasse a sedersi su quella pietra.
«Non lo capisci, Rosalia?»
Lei sbarrò gli occhi e con uno strattone lo lasciò andare.
«Mi stai lasciando?» ringhiò.
«Rosalia … » alzò la mano, per toccarla, ma lei arretrò.
Orgogliosa come la prima volta che l’aveva vista.
La regina di maggio.
«Sei solo un vigliacco.» sputò. «Bene. Vattene. Lasciami. Torna in quel buco che è casa tua. Torna da dove sei venuto, pezzente. Tu non sei un uomo. Sei un niente. Niente.»

Avrebbe potuto trattenerla.
Cingerla forte, quando lei si era voltata in direzione di Linguaglossa.
Ma che voleva da lui?
Cosa pretendeva?
Doveva farsi ammazzare perché lei gli credesse?
Se fosse morto per lei, Rosalia avrebbe creduto al suo amore?
Ripensò al tempo passato. A tutte le volte che erano stati insieme. Alle volte che avevano litigato, che lei lo aveva accusato. Aveva sempre il dito puntato. Era sempre lì a dargli la colpa su tutto.

Aprì la porta con la rabbia di chi si è visto sprofondare nel fango in compagnia dei vermi.
Petre era seduto in un angolo. La testa china, un braccio appoggiato alla spalliera della sedia.
Nell’aria, il vecchio giradischi diffondeva una musica che sembrava quasi una marcia.
Angelo si tolse la camicia e la gettò in un angolo.
L’acqua nella tinozza era pulita. Afferrò la pezza. Il suo volto era messo meglio di quanto si aspettasse. Tese le labbra, e le sentì di tirare. Un leggero gonfiore. Se ci metteva su qualcosa non gli avrebbero problemi.
Lo zigomo, invece, era bello viola. Lo sfiorò e ritrasse in fretta la mano.
Il resto era messo tutto sommato bene. Qualche livido sulle braccia, e all’altezza delle costole.
«Ascolta.»
Angelo sussultò e si voltò di scatto verso Petre.
L’uomo sembrava non essersi mosso. Era come se Angelo nemmeno esistesse per il vecchio Petre.
Quella cazzo di musica… non potrebbe spegnerlo…
«Ascolta. L’anima del maestro. La senti? Il grande Ludwig.»
Angelo si mise in ascolto, ma non sentiva nulla di diverso da una manciata di suoni, per altro parecchio fastidiosi in quel momento che la testa gli scoppiava.
Era assurdo. Lui era stato massacrato di botte e Petre se ne stava lì ad ascoltare musica classica.
In quel buco del cazzo.
Afferrò la camicia con rabbia e se la infilò. La stoffa aderì contro la pelle umida.
Non voleva stare un secondo di più in quella casa.
Angelo si fermò davanti alla porta.
«Ah, de vânătoare … de vânătoare…» Angelo si fermò di colpo davanti alla porta e si voltò.
Petre si era alzato. Traballava come se ci fosse il terremoto. Le braccia larghe, il volto paonazzo per il vino e per … chissà che per altro.
Petre piangeva, mentre tendeva le braccia.
Petre piangeva, mentre ascoltava Ludwig.
E Angelo avrebbe voluto essere altrove, persino sotto le scarpe di Michele…

Aetna – Carnevale

«Chi vi scrive, Maestro?»
Petre parve non averlo udito. Gli occhi fissi al singolo foglio di carta che aveva estratto dalla busta.
Angelo assottigliò lo sguardo. Se il suo maestro faceva quella faccia seria, non dovevano essere buone notizie e il messo aveva detto di provenire da Atene.
Aveva pressapoco la sua età e lisci capelli castani che gli scendevano appena oltre le spalle, ma il particolare che più lo aveva colpito erano state le singolari sopracciglia, simili a chicchi di caffè. Dallo sguardo che si erano scambiati. Angelo aveva subito capito che non sarebbe mai andato d’accordo con quel ragazzino.
«È il giovane Mu, allievo del Gran Sacerdote e futuro Saint di Aries.» aveva risposto distrattamente  Petre, mentre apriva la lettera.
Mu si era dileguato, non appena aveva consegnato la busta a Petre e per dileguato, Angelo intendeva proprio dileguato.
Fissava ancora a bocca aperta lo spazio vuoto al posto del ragazzino, quando Petre lo chiamò da dentro la casa.
«Ma… ma… Maestro. È … scomparso.»
«Mu è uno degli ultimi della sua stirpe, la stessa del sommo di Sion. La telecinesi rientra nelle loro caratteristiche.» spiegò pacatamente Petre, spostando il foglio che stava leggendo in fondo a tutti gli altri.
Ancora non riusciva a crederci.
In questi tre anni, Petre gli aveva parlato di molte cose. Gli aveva parlato del cosmo e del potere dei Saint sulla materia.
Gli aveva parlato della Velocità, e di come essa fosse il metro per definire la classe di appartenenza a una delle tre Classi e di come una volta occupato il proprio posto, tale sarebbe stato fino alla morte.
Ad Angelo non importava nulla. Tanto lui apparteneva per diritto di nascita alla classe più forte; al massimo quello poteva essere un problema di un misero bronze.
Ridacchiò tra sé e sé al pensiero di uno scontro tra lui e un bronze saint.
Troppo facile, vincere in quel modo. Che gusto ci sarebbe?
Naturalmente era solo utopia, anzi, se Petre avesse saputo che accarezzava fantasie del genere l’avrebbe sicuramente punito, per non dire peggio.
Le lotte fratricida recavano offesa alla somma Atena.
«È accaduto qualcosa?» domandò Angelo.
«No,» rispose Petre. «Nulla di cui tu debba preoccuparti.»
Ma Angelo ormai aveva imparato a decifrare le espressioni del suo maestro e sapeva che quelle erano notizie di cui bisognava preoccupars…
«Angelo, ti ho detto di non preoccuparti. A te deve interessare un’unica cosa… l’armatura del Cancro.»
Il tono di Petre non ammetteva repliche.

Le strade di Linguaglossa erano sporcate da manciate di coriandoli che il vento sollevava in mulinelli multicolore.
I carri procedevano lentamente trainati dai trattori. Architetture di cartapesta che avrebbero preso fuoco per una scintilla. Il lavoro di un anno intero, per due ore scarse di gloria.
Il rumore dei piatti di ottone e dei petardi accompagnava le musiche che provenivano dai carri, una diversa dall’altra.
Angelo si fece strada tra la folla mascherata.
Il suo costume era un patchwork, un guazzabuglio di colori e di tessuti. Giallo, rosso, verde, blu, lana, cotone, velluto, lino… aveva persino dei pezzi di seta.
Un Arlecchino improvvisato, vestito con tutti i colori e i tessuti del mondo; abbigliato come un pezzente folle.
«E così, vuoi un costume per poter partecipare al Carnevale?»
Quel giorno, Petre gli aveva fatto quella domanda senza guardarlo.
Angelo si era morso le labbra e aveva schermato la sua mente.
L’uomo aveva poi stirato la bocca in un mezzo sorriso.
«Devi avere una ragione molto importante se la proteggi in questo modo, o forse … te ne vergogni.»
«Io non mi vergogno di niente.» aveva gridato a pugni stretti, la rabbia che montava dal nulla. «Ce l’avete o no un costume?»
«No, non ce l’ho.» aveva risposto dopo un po’ Petre. «Ma aspetta.»
Angelo lo aveva visto sparire oltre la porta della seconda stanza e per un po’ aveva solo sentito una serie di rumori.
Petre era tornato con una manciata di stoffa tra le braccia.
«Ecco, ho qualcosa per te.» aveva detto Petre, mentre lasciava cadere sul tavolo quegli scampoli.
«Scarti di stoffa?»
«Esatto. Con questi potrai fare un costume adatto a te.»
Angelo aveva sentito la rabbia montargli nuovamente nel cuore. Lo stava prendendo in giro?
Petre era andato alla parete e aveva preso le forbici. Era tornato al tavolo e preso un pezzo di stoffa aveva cominciato a tagliare via i bordi.
«Ecco, vedi… lo tagli in questo modo.»
Aveva ripetuto l’operazione e aveva avvicinato le due parti.
«Hai visto? Li unisci e il gioco è fatto.»
«Ma così facendo otterrei il costume di Arlecchino?»
Petre si era illuminato.
«Esatto. Te l’ho detto… un costume perfetto per te.»
«Non c’hai manco qualche lira per farmelo comprare?»
Angelo aveva preso due pezzi di stoffa e li aveva fissati con orrore. Erano vecchi, puzzavano di muffa. Chissà da dove venivano…
«Potrei… ma non saresti più Arlecchino… saresti… altro. Un niente.»
«È solo un costume.»
Petre aveva aggrottato le sopracciglia.
«Sì, può sembrare solo un costume. È vero. Ma sai, Lui vestiva tutti i colori del mondo e ogni volta che qualcuno entrava a far parte della sua masnada, uno nuovo se ne aggiungeva al suo vestito.»
Angelo aveva piegato le labbra in una smorfia.
«Allora, Angelo, lo vuoi o non lo vuoi questo costume?»
«Lo voglio, dannazione. Lo voglio.»
Tanto, peggio di così, non può andare.

Angelo indossava la maschera e il vestito.
Si mischiava con gli altri, in quel baccanale senza inizio, né fine.
I canti, le risa. Il suono dei piatti di ottone che cozzavano l’uno contro l’altro.
Si sentiva euforico, felice.
Girava la testa a destra e a sinistra. Bramoso di cogliere ogni particolare, ogni sorriso, ogni sguardo.
Camminava insieme agli altri.
La maschera lo nascondeva, lo identificava.

«Chi era quella?»
Angelo si sentì strattonare per una manica.
Rosalia era a cinque centimetri dalla sua faccia, e da dietro la maschera da libellula lo fissava con occhi che sembravano due tizzoni ardenti.
«Ma chi?» fece lui, mentre cercava di liberarsi.
Rosalia gli strinse il braccio ancora più folte.
Angelo si stava incazzando.
«Lascia andare…»
«Quella.» lo interruppe lei, che manco lo stava ascoltando «Ti ho visto prima, che le parlavi, le sorridevi…»
«Ma sei scema!?»
Rosalia fece per colpirlo, ma Angelo non ebbe nessun problema a intercettare la sua mano.
Fece molta attenzione, mentre la teneva stretta.
«Qui c’è un mucchio di gente, Rosalia. È Carnevale… è probabile che abbia parlato con qualcuno.»
Lei arretrò di qualche passo.
«Non qualcuno… ma una persona. Maria.»
Sputò fuori quel nome come una sfida.
Attorno a loro, le maschere fluivano, scampanando, allegramente. Carnevale era sporco e bastardo.
Blasfemo.
«Maria? Ma non è amica tua?»
«Non farmi passare per stupida, non te lo permetto.» lo ammonì con voce stridula.
Angelo non riusciva a capacitarsi delle sfuriate di Rosalia, della sua gelosia. I suoi occhi che lo fissavano pieni di rabbia, le accuse che gli lanciava…
«Sai, certe volte avrei proprio voglia di sbattermi qualcuna… così avresti ragione ad accusarmi.»
«Sei uno stronzo!»
E un idiota.

Rosalia lo aveva lasciato lì e calcando sul tacco come se dovesse uccidere la strada, si allontanò tra la folla.
Naturalmente non si allontanò di molto. Nel centro storico l’asfalto non esisteva e Rosalia era troppo accecata dalla rabbia per conservare equilibrio.
«Levami le mani di dosso… »
Angelo la sosteneva per le braccia. Si era mosso con rapidità. Nessuno se ne era accorto … le sue abilità crescevano di giorno in giorno.
«Vuoi levarmi quelle mani di dosso.»
Angelo finse di non sentire e l’attirò a sé.
«Sei una scema.»
Le maschere li trasformavano in altro, in Arlecchino e nella Libellula.
Non esistevano storie che parlavano dell’amore di Arlecchino per la Libellula, e questo fu un bene. Perché nessuno fece caso a loro, nel pandemonio del Carnevale.

Lei è tra le sue braccia, questa notte, come molte altre notti prima di questa.
Se potessi ricominciare ogni volta da capo. Se potessi fermarmi qui e non pensare più al domani…
Gli spiriti s’infuriano mentre lui la stringe. E più loro si infuriano, più lui la stringe. E più loro gridano, più lui s’impossessa di lei.
Lei grida, e loro gridano con lei. Ma il loro urlo è rabbia. Il loro urlo è furore, e nostalgia.
Sulle loro bocche, maledizioni.
E Angelo si muove… tappandosi le orecchie, spegnendo il cervello.
Dentro di lei, non riesce a perdersi. Eppure vorrebbe… essere mangiato. Nutrirla. Crescere in lei e rinascere da lei. Unirsi a lei, sparire in lei. Dall’alba al tramonto, attraverso il silenzio della notte per il giorno glorioso.
Ma lui non è Osiris e lei non è Nut e anche se i loro cuori sono un solo battito, i loro pensieri sono ancora divisi.
Il calore s’irradia di colpo e lui si sente svuotato. Gli spiriti tacciono, alla fine. Quasi come se avessero partecipato.
E ad Angelo questa cosa non è che stia tanto bene e mentre Rosalia chiude gli occhi, lui fa altrettanto.

Aetna – Oracolo

Ma non lo fece.
Nonostante tutto, Angelo rimase.
Le sessioni di allenamento si facevano di giorno in giorno sempre più dure. I suoi muscoli si tendevano fin quasi a spezzarsi.
Era rimasto, perché era orgoglioso e non avrebbe mai ammesso la sconfitta.
Era rimasto, per diventare più forte, perché nessuno doveva più permettersi di guardarlo dall’alto in basso.
Era rimasto, perché al mondo esistevano due occhi neri che quando lo guardavano gli scioglievano gli intestini e lii riannodavano in figure che lo facevano vergognare.

Rosalia si portò una ciocca di capelli dietro l’orecchio e sorrise.
«È un mascherone.»
«Perché è grande?»
Lei rise.
«No, sciocco. Si chiama così. È un segno di benvenuto o di protezione dagli spiriti dei morti, dai demoni… Insomma, da tutte quelle cose lì.»
Rosalia si allontanò fino a raggiungere la panca di pietra sotto l’albero.
«Anticamente si credeva che le porte fossero dei varchi verso l’aldilà e che quando si apriva una porta si offriva agli spiriti la possibilità di entrare nella casa. Per questo si scolpivano volti mostruosi sopra l’arcata delle porte. Per spaventare gli spiriti e tenerli lontani.»
«Con una maschera?»
«Con una maschera. Se indossi una maschera diventi uno di loro, se diventi uno di loro, gli spiriti non ti portano via.»
Indossare una maschera e diventare uno spirito.
Angelo aggrottò pensieroso le sopracciglia riflettendo sulle parole di Rosalia.
«Sai un mucchio di cose tu.»
«Ho studiato e poi mi piacciono i miti. Soprattutto quelli greci… »
Rosalia si alzò e allargò le braccia.
«Questo posto ha l’odore della Grecia, degli dei e degli Eroi. Non lo credi anche tu, Angelo?»
Angelo tacque e sentì un dolore sordo in mezzo al petto.
Ma fu una sensazione fugace… che scacciò via di colpo.
Tornò a guardare Rosalia, ma lei stava guardando altrove.
Oltre lui.
Cosa stava fissando?
Le sue labbra si piegarono in un sorriso radioso.
Angelo si voltò.
Un uomo stava camminando verso di loro.
Era più giovane di Petre, ma comunque un adulto.
Angelo pensò che potesse essere il padre di Rosalia e d’istinto si allontanò da lei.
Ma Rosalia non si accorse di quel gesto che in un’altra occasione sarebbe stato sufficiente a scatenarne l’ira.
«Zio Vito.» cinguettò, mentre correva ad abbracciarlo.
Non ci sono andato troppo lontano, pensò Angelo.
Nel vederla tra le braccia di quell’uomo, Angelo sentì dentro di sé qualcosa che non aveva mai provato prima.
Cercò in mezzo alle sue emozioni qualcosa che gli assomigliasse, ma nulla. Era un sentimento nuovo, devastante.
Era come se stesse andando a fuoco. Aveva voglia di colpirlo, di sbatterlo a terra e spaccargli la faccia fino a renderlo irriconoscibile. Così che lei non potesse più fare quell’espressione nel vederlo.
I due tizi che lo accompagnavano gli lanciarono un’occhiata. Sentì un brivido percorrergli la schiena.
Il suo istinto gli permise di riconoscere immediatamente il pericolo, ma nonostante tutto, continuò a fissarli.
Non aveva abbassato lo sguardo con Michele e non lo avrebbe fatto nemmeno con quegli uomini.
«E lui?»
Vito gli aveva rivolto la stessa occhiata che si rivolge a una merda per strada prima di scansarla.
«È il mio … » Rosalia si fermò, prima di aggiungere in tutta fretta la parola «Amico» .
Ma il danno era stato fatto e Angelo se ne accorse dall’occhiata gelida di Vito.
«Un amico.» ripeté con insopportabile lentezza squadrandolo da capo a piedi. «Non ti ho mai visto a Linguaglossa.»
Prima che Angelo potesse rispondere, Rosalia intervenne: «Viene da Catania, zio e vive sulla montagna insieme a Petre.»
«Petre, Rosalia?»
Lei annuì, sorridente.
Angelo avrebbe voluto che tacesse.
Perché non chiudeva quella bocca? Perché diceva tutte quelle cose?
«L’uomo che vive sull’Etna, zio.»
Vito sembrò comprendere.
«Oh, lo zingaro. È così, quindi.»
Ad Angelo non piacque il modo in cui pronunciò quelle parole e non gli piacque nemmeno il modo in cui lo stava fissando.
Rosalia quelle cose non le vedeva. Era evidentemente accecata dall’affetto per lo zio. Magari ne era anche innamorata. Perché no? Per quel che ne sapeva poteva anche essere e lui non le aveva tolto il braccio dalle spalle nemmeno per un attimo.
Sì, dev’essere così…
Era senz’altro così.
Strinse i pugni.
Se fosse rimasto un secondo in più…
«Andiamo Rosalia.»
Non era stata una richiesta, ma un ordine.
Rosalia tentò una timida opposizione, ma Vito la stava già trascinando verso la piazza.

Angelo camminava per le vie di Linguaglossa.
Non gliene andava dritta una.
Petre gli chiedeva cose impossibili.
Rosalia gli chiedeva cose impossibili.
E come se questo non bastasse Michele e i suoi amici si appostavano per sorprenderlo ogni volta che scendeva in paese.
Ormai aveva imparato ad avvertire la loro presenza mentre ancora camminava per i campi.
Petre spiegava quell’improvviso incremento delle sue capacità come un avvicinamento al settimo senso.
Ad Angelo non tornavano i conti.
Sui libri si parlava di cinque sensi, massimo sei.
«È ciò che differenzia un Cavaliere d’Oro dai Saint di rango inferiore.» gli aveva risposto Petre quando Angelo gli aveva chiesto cosa fosse il Settimo senso.
«Ah, se è così. Allora è tutto chiaro.» Angelo non era riuscito a trattenersi dal fare del sarcasmo.
Petre era scoppiato a ridere. Poi fattosi serio gli aveva chiesto.
«Dimmi, Angelo, da dove trae il suo potere un Saint?»
«Dal cosmo.» aveva risposto Angelo.
Rammentava ancora la lezione che Petre gli aveva inflitto l’unica volta che non aveva risposto con prontezza.
Petre aveva fatto un cenno con il capo. Era evidente che la risposta non gli bastava…
«Dal cosmo… cioè dall’universo, dalle stelle… »
«Esatto.» lo aveva interrotto Petre. «E com’è l’universo?»
«Grande?»
«Infinito, Angelo. Infinito. O meglio… in espansione. Ciò significa Angelo che il potere di un Saint è potenzialmente infinito.»
Angelo aveva sbarrato gli occhi.
«Eppure, ti chiederai… Per quale motivo i Saint non sono onnipotenti?»
In effetti se l’era chiesto.
«Semplice. Perché un Saint non può espandere il proprio cosmo oltre la consapevolezza che ha di esso. Il Settimo Senso rappresenta un’elevata consapevolezza del proprio cosmo. Molti affermano che si raggiunge con il Settimo Senso la consapevolezza ultima del proprio cosmo, ma è errato. Oltre c’è molto…molto di più.»
«Altri sensi, maestro?»
A quella domanda Petre aveva piegato le labbra in un sorriso.
In ogni caso, Angelo si stava avvicinando al Settimo Senso. Era lì lì per capirlo… ma non appena si avvicinava questo gli sfuggiva.
E si rese conto che gli stava sfuggendo anche il sesto quando vide comparire davanti a sé Michele e il suo gruppo.
Perfetto. Giornata di merda.
Finse di non vederlo e si apprestò a prendere un vicolo sulla destra.
«Oi, pezzente, non si saluta?»
Angelo si fermò.
«Michele.» sfiatò tra i denti serrati.
«È un po’ che non ti si vede in giro. Ci chiedevamo dove fossi?»
Angelo arretrò.
Non aveva paura di loro. Aveva paura di sé stesso.
Rispettare gli ordini di Petre diventava di giorno in giorno sempre più difficile.
La volta in cui aveva perso il controllo era ancora troppo debole e nessuno si era accorto che era stato lui a  causare quell’onda d’urto. Avevano pensato a un terremoto.
Ma ora…
Michele avanzò. In lui il sesto senso non funzionava per un cazzo. Se ne avesse avuto almeno una briciola, sarebbe scappato a gambe levate.
Angelo si sforzò di tenere le distanze.
«Cosa vuoi?» gli chiese.
Michele piegò le labbra in una smorfia.
«Girano delle voci sul tuo conto.» disse con tono sprezzante. Poi, piegò le labbra in un sorriso. «Ma io so che sono menzogne. Mi sono detto… è impossibile che Rosalia guardi un pezzente come lui. Non è vero?»  chiese rivolgendosi questa volta ai suoi amici.
Gli altri annuirono con vigore.
Angelo rimase in silenzio.
«Ti consiglio di startene sulla montagna con lo zingaro.»
Non uno. Due, adesso gli stavano cagando il cazzo.
Lo sapevo, io che quella femmina mi avrebbe portato solo guai.

Si girò, ma non riuscì a fare nemmeno un paio di passi, che sentì qualcuno afferrargli il braccio.
Soffocò il suo istinto.
Controllati, per dio. Controllati.
«Hai capito cosa ti ho detto?»
«Sì, ho capito. Ma non è un problema mio. Non me ne frega un cazzo di Rosalia. Se ti piace così tanto… perché non te la prendi.»
Strattonò via il braccio e se ne andò.
Ne aveva abbastanza di Linguaglossa, di Rosalia, e del suo clan di adulatori.
Che si fottessero tutti.

«È da tanto che non vieni a farmi visita, Petre. Ti aspettavo molto prima.»
Petre guardò il pavimento.
«Ho avuto da fare.»
«Due anni.» borbottò lei, di rimando.
L’anziana donna scompariva dentro l’ampia poltrona davanti al camino. Era minuta, con i capelli bianchi raccolti in una crocchia e le gambe sottili che ondeggiavano a una spanna dal pavimento.
Angelo si mosse a disagio. Quella vecchietta lo guardava proprio fisso.
«È lui il ragazzo?» chiese dopo un lungo silenzio.
«Sì.» rispose Petre.
La donna annuì tra sé.
«Avvicinati.» disse.
Angelo non si mosse. Era solo una vecchietta e non toccava manco per terra. Ma lui preferiva stare lì. Insomma, poteva anche parlargli a distanza.
«Non mi piacciono i ragazzi grandi come te; i bambini hanno la carne più tenera e con un po’ di olio e sale… sapessi che bontà.»
Angelo sbarrò gli occhi, mentre alle sue spalle Petre scoppiava a ridere.
«Ludmilla dovresti smetterla di scherzare su queste cose.»
La donna fece un gesto svogliato con la mano.
«Chi vuoi che creda a queste cose adesso. Gli unici a farmi visita siete tu e le comari di Linguaglossa. E credimi loro vengono solo per stupidaggini.»
Angelo era concentrato.
Se la vecchia è amica di Petre, ci sono buone possibilità che possa leggermi nel p…
Si accorse troppo tardi di aver formulato per davvero quel pensiero.
Petre sogghignava.
«No, Angelo. Gli occhi di Ludmila vedono molto più in là del presente. Lei riporta alla luce il passato e scorge il futuro.»
«Non esattamente» lo interruppe l’anziana donna. «Almeno per quel che riguarda il futuro. Diciamo che individuo il futuro più probabile in un dato momento… Ma il futuro è mutevole così come il Fato.»
«Il Fato?»
«Il Fato è un’entità potente, ragazzo. Persino gli dei chinano la testa di fronte al Fato. Esso è cangiante e sempre in perenne movimento. Più il futuro è lontano nel tempo, meno è probabile che esso si avveri.»
«Quindi i vostri oracoli sono una presa in giro?»
La donna rise.
«Diciamo che ci sono probabilità che non si avverino. Ma sai, la gente si dimentica dei miei fallimenti. In ogni caso, avvicinati… lascia che ti guardi bene.»
Angelo rimase per qualche istante dov’era, prima di coprire la distanza che lo separava dalla donna con un paio di passi.
«Qui.» disse lei, invitandolo ad abbassarsi con il movimento nelle mani.
Angelo rimase immobile, mentre Ludmilla gli sfiorava il volto. Solo in quel momento, mentre la guardava negli occhi da vicino, si accorse che era cieca.
«Hai una fronte ampia che denota ingegno e buona predisposizione a risolvere i problemi.»
Scivolò giù, a toccargli il naso. «Uhm, un naso regolare. Se ne trovano pochi in giro. Stai attento a non romperlo. Sarebbe un vero peccato.»
Angelo avrebbe voluto allontanarsi da quella vecchia, ma se l’avesse fatto il suo maestro l’avrebbe sicuramente appeso al muro e non in senso figurato.
«Uh… tensione alla mascella. Sei una persona nervosa, eh?!» Le sue dita gli stavano sfiorando le guance. «Ha ancora molto dell’infanzia in sé, e questo è un bene. Quanti anni hai, ragazzo?»
Angelo prima di rispondere, drizzò la schiena e fece alcuni passi indietro.
La vecchia aveva appoggiato le mani sul grembo e sembrava fissare un punto che esisteva soltanto nella sua immaginazione.
La donna annuì pensierosa dopo che Angelo le rispose e per un po’ non disse nulla.
Trascorsero minuti, ore, giorni… che importava? Angelo avrebbe voluto essere altrove, a Linguaglossa ad esempio.
«Angelo, dimmi, che cosa ne pensi degli spiriti dei morti che vengono a farti visita?»
Anche lei?! Non è possibile!
«Che cosa ne penso? Penso che potrebbero andarsene tutti all’Inferno e lasciarmi in pace.»
Cosa diavolo volevano che rispondesse loro? Che era felice di prendersi la stizza almeno dieci volte al giorno? Cosa doveva fare? Invitare i morti a giocare a carte?
«E non senti nessun sentimento nei loro confronti?»
Eh? Sentimento? La vecchia era pazza.
«Quale sentimento dovrei sentire. Ah… sì… giusto. Li odio. Li detesto. Vorrei che sprofondassero…»
«Taci, stolto.»
Ludmilla aveva stretto i braccioli della poltrona e sembrava che volesse balzargli addosso. Era livida e il suo volto gentile aveva lasciato il posto a una maschera d’ira.
«Petre, non gli hai spiegato nulla?»
Il volto rivolto verso l’uomo, come se lo vedesse.
«Gliel’ho spiegato. Gliel’ho spiegato molte, molte volte… ma non posso dirgli troppo. Lo sai, Ludmilla. Deve arrivarci da solo.»
«Arrivare a cosa? Di che diavolo state parlando?»
Petre si voltò di scatto verso di lui. Gli occhi fiammeggianti. Aveva lo stesso sguardo di quando lo aveva sorpreso ad usare il cosmo per difendersi dai ragazzi di Linguaglossa.
«Le parole, Angelo. Quante volte ti ho detto che devi stare attento alle parole? E soprattutto… Non maledire mai.»
Non maledire.
Capitava spesso. La gente si malediva l’un l’altro. Che finisse all’inferno. Che morisse. Possa patire tutto il male che mi ha fatto, dieci volte tanto…
Era un’abitudine, quasi come salutare, dalle sue parti.
E se la volta in cui aveva usato il cosmo per fini personali, lo aveva riempito di mazzate; la volta che li aveva maledetti, non lo aveva toccato con un dito, ma lo aveva fissato con gli occhi azzurri che sembravano lame e pieni di un terrore così grande che Angelo davvero si pentì di aver detto quelle parole e si sforzò di non dirle più.
Ma ora …
Restò fermo, vergognandosi di sé stesso. Per la maledizione che gli era quasi sfuggita, perché stava così, con la testa bassa, come un fesso, perché non osava ribellarsi al suo maestro…
«Qual è il tuo responso, Ludmilla?»
La voce di Petre era tranquilla, come se non fosse accaduto nulla.
«Ho interrogato il vento, questa mattina e l’acqua della sorgente. Ho contemplato il volo degli uccelli, e rimescolato la terra per conoscere il futuro.»
Fece una pausa. Angelo trattenne il fiato.
«Sarò sincera con te, Petre. Egli sarà il Cancro prima di compiere quattordici anni, ma non sarà mai l’altro.»
«L’altro? Quale altro?»
«Colui che si nasconde dietro il Cancro, Angelo, e che un tempo marciava per le strade della vecchia Europa.»
«E non è un bene?» chiese Petre.
Ludmilla aggrottò la fronte e restò in silenzio per un po’.
«Nessuno sa quando sia avvenuta la sovrapposizione, ma né Sage, né Manigoldo furono lui.»
Petre si era fatto scuro in volto.
«Lo sai, Petre. È per questo che l’hai portato da me. Per sapere se darà inizio alla caccia, non è vero?»
Angelo ascoltava. Gli occhi sbarrati. Attento, come se dal più piccolo respiro dipendesse la sua vita.
E forse era proprio così.
«Forse è meglio così. È meglio che in lui ci sia solo il Cancro.»

Aetna – Alienazione

«Guardate. Guardate… lo straccione che viene dalla montagna. Dì un po’ straccione, ce li hai i soldi?»
Era da più di un anno che in paese lo accoglievano in quel modo.
Incassò la testa e ficcò le mani in tasca. Le dita lacerarono il tessuto già liso e le monete che Petre gli aveva lasciato caddero a terra con un tintinnio agghiacciante.
Angelo si affrettò a raccoglierle, ma non era stato abbastanza veloce.
Le risate lo colpirono alle spalle come le scudisciate di Calò e i silenzi di Petre.
«Ehi, straccione che fai? Queste non le prendi?»
Angelo si voltò di scatto. Già gliene aveva date poche di monete Petre e alcune avevano pure pensato bene di ficcarsi sotto la scarpa di Michele.
Strinse i denti, così forte che poco mancava se li facesse partire tutti.
Avevano pressapoco la stessa età, ma Michele era di una spanna più alta e picchiava duro.
Una volta Angelo aveva reagito, in un modo che gli era stato vietato. Quella volta non ce l’aveva fatta a resistere. I calci erano stati più dolorosi delle volte precedenti e il sapore del sangue gli aveva fatto venire da vomitare.
Quando era ritornato a casa, Petre l’aveva picchiato fino a lasciarlo senza fiato.
«Mai e poi mai dovrai usare il tuo cosmo contro un normale essere umano. Mai.»
Quel mai aveva rimbombato nella sua mente per giorni.
«Che senso ha, maestro, possedere la forza, se non la posso usare? Come posso essere un Cavaliere se quei bastardi mi ammazzano prima?»
Petre l’aveva guardato con la piega delle labbra ridotta in una linea sottile.
«Se non sei in grado di fronteggiare i tuoi coetanei con le tue sole forze, allora non sei degno di essere un Cavaliere di Atena.»

«Allora, non le vuoi queste monete?»
Angelo assottigliò gli occhi.
Puoi pestarmi fino quasi ad uccidermi, ma non ti darò mai la soddisfazione di vedermi abbassare lo sguardo.
Michele piegò le labbra in una smorfia, poi si sporse verso il suo compagno e gli sussurrò qualcosa all’orecchio.
I due scoppiarono a ridere, poi Michele tornò a fissarlo.
Angelo sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Si vergognò e provò rabbia verso se stesso.
Un giorno…
«Il mio piede non vuole sapere di muoversi, però se lo lecchi potrebbe farlo. Avanti… Leccalo.»
«Leccalo. Leccalo.» incalzarono i suoi amici.
Era pronto a sopportare un’altra punizione da parte di Petre. Anche se questa volta lo avrebbe ucciso, era pronto.
Si guardò le mani.
La forza? Non la possedeva.
Aveva il cosmo… sì, ma non era potente… non era forte. Un ragazzino poteva spaccargli la faccia quando voleva. Se fosse stato più forte, gli altri lo avrebbero rispettato, lo avrebbero temuto…
Sentiva gli sguardi di tutti. Gli amici di Michele, gli uomini seduti fuori dai bar che circondavano la piazza come vedette, le ragazze che passeggiavano, le donne con i loro sacchetti di carta, i muratori che sistemavano il tetto del Comune. Persino i gatti e i cani lo guardavano.
A denti stretti, fissava Michele negli occhi. Neri come la pece. L’unica cosa che vedeva.
Lentamente, azzardò un’occhiata attorno a sé.
Il mondo continuava.
Gli uomini giocavano a carte attorno ai tavoli sotto le verande dei bar; le ragazze ciabattavano, le labbra strette attorno alle cannucce per bere le granite al limone sciolte dal caldo; le donne camminavano veloci, la loro bellezza sfiorita nella quotidianità dei bambini urlanti, delle pentole incrostate, del bucato odoroso di Marsiglia; e il rumore degli scalpelli non si era mai fermato. Persino i gatti e i cani lo ignoravano.
E provò dolore.
Per essere invisibile.
Per essere parte di questo mondo abituato a non vedere.
Soprattutto le cose che non andavano. Le ingiustizie. L’applicazione della legge del più forte.
Di sensi l’uomo ne aveva cinque, se gli andava bene “sentiva” le cose, guidato dal sesto senso, ma a Linguaglossa la gente di sensi ne aveva al massimo due. E forse nemmeno quelli. Perché sarebbe stato un problema se avessero sentito l’odore del sangue o della legna bruciata.
Ed era così ovunque, se non peggio.
Il male della sua terra.
Di cui non voleva parlare.
Il male che lui non poteva estirpare perché apparteneva a questo mondo. E lui era sospeso nel mito.
E provò rabbia.
«Tienitele e ficcatele nel culo.»
Si girò. Meglio digiunare per tre giorni, piuttosto che dare una simile soddisfazione a quel bastardo. E si fermò.
Ogni pensiero era scappato via. C’era solo il vuoto e due occhi che parevano il pozzo dell’Ade.
Lei aveva capelli come onde di petrolio e una bocca che era come una fragola matura. Guardava verso di lui, ma non era lui che guardava. Un lieve movimento delle labbra, un sorriso impercettibile.
«Levati dal cazzo, straccione. Non vedi che stai in mezzo… »
Michele lo spintonò via.
«Rosalia, sei tornata. Non me lo avevano detto.»
«E perché avrebbero dovuto dirtelo?» rise lei.
Angelo arretrò.
Rosalia.
Abbassò lo sguardo.
Le mie scarpe.
Le vide come se non le riconoscesse. Vide la pelle mangiata dal tempo, le cuciture allentate. Poteva sentire i sassi camminando.
I pantaloni che indossava erano stati lavati così tante volte, che presto non solo la fodera delle tasche si sarebbe lacerata.
Alzò la testa di scatto.
Lei lo stava guardando.
Rosalia, la bella. La regina di maggio di Linguaglossa, della quale aveva solo sentito parlare. Partita per la Corsica quando lui era arrivato.
Sta guardando le mie scarpe bucate, i miei pantaloni lisi, la giacca con le toppe.
Si girò.
Le voci dei ragazzi di paese gli giungevano alle spalle. Non si sforzava nemmeno di evitarle. Si lasciava colpire, poiché non poteva sentire.

«Credevo di averti mandato a Linguaglossa per le provviste.»
Petre lo accolse con un’occhiata dal tavolo al quale era seduto.
Angelo si voltò a chiudere la porta.
«Ho avuto un problema.» disse senza alzare lo sguardo.
«Mhh…» si limitò a borbottare Petre.
Angelo si azzardò a sollevare la testa, non appena sentì il rumore della sedia che si spostava.
Petre era strano.
Ci mise un po’ a capirlo.
Non aveva bevuto. Era perfettamente sobrio.
Angelo sbarrò gli occhi per la sorpresa.
Ad essere sinceri, non c’era molta differenza tra un Petre sobrio e un Petre ubriaco, salvo qualche dettaglio.
Quando beveva, gli occhi gli diventavano lucidi, come se fosse perso in un sogno tutto suo; il corpo ondeggiava lievemente, quando stava in piedi; strascicava le sillabe giusto quel poco da rendere il suo lieve accento straniero, più marcato.
Petre trasse un respiro profondo.
«Avete finito il vino, maestro?» chiese Angelo.
L’uomo abbozzò un lieve sorriso, guardando la superficie del tavolo, sgombra da qualsiasi cosa potesse suscitare interesse.
«Per il divino Dionisio, no, Angelo. Di vino ne ho in abbondanza, ma per un po’ sarà meglio che io non beva.»
«Perché, maestro?»
Petre questa volta lo guardò.
«Perché sei qui da troppo tempo e c’è troppo poco tempo.»
Angelo avanzò di scatto, i denti stretti.
«Ho fatto qualcosa che non va, Maestro? Volete cacciarmi?»
Petre lo fissò. Lo sguardo addolcito. Angelo si sentì venire meno, non era abituato ad essere guardato in quel modo.
«No, Angelo. Tu non hai fatto nulla.»
L’uomo si alzò e gli diede le spalle. Si diresse verso la credenza e la scatola di latta che teneva sopra il ripiano.
«Ecco, tieni.» disse, tendendo la mano verso di lui. «Domani mattina, torna a Linguaglossa.»
La mente di Angelo era bloccata, ma non il suo corpo. Scattò in avanti e prese i soldi dalla mano di Petre.
L’uomo tornò a sedersi, e si immerse nuovamente in quei pensieri che lo avvolgevano quando Angelo era tornato.
Pensieri che lui avrebbe tanto voluto conoscere.
Linguaglossa… tornarci di nuovo. Dopo quell’affronto, dopo quel giorno…
Angelo sentì una morsa allo stomaco. Se la ricordava molto bene quella sensazione. L’aveva provata la prima volta che gli spiriti erano venuti da lui. Paura e eccitazione. E quell’emozione non l’aveva mai provata in tutte le volte che era stato in paese, fino ad ora.

«Ti ho visto, l’altro giorno. Perché sei fuggito?»
Angelo fece l’unica cosa che il suo corpo poteva fare in quel momento. Trasalì.
Aveva sentito la sua voce una sola volta.
La ricordava.
Le dava le spalle e la vedeva. Come se l’avesse guardata per anni.
Avrebbe potuto descriverla con la precisione di un ritrattista.
Il suo cuore, i suoi pensieri…  Non gli appartenevano. Sentiva dentro di sé, altro. Ricordi e esperienze lontane.
“A vent’anni un Saint è vecchio. A quindici, un adulto fatto e finito.”
Ma lui non aveva ancora quindici anni.
Si voltò, accogliendo il suo destino.
«Non sono fuggito. Avevo delle commissioni da fare.»
Rosalia arricciò il naso.
L’abito leggero, spruzzato di fiori. Le ballerine con qualche centimetro di tacco. La caviglia sottile e i polpacci, lisci come quelli di una statua greca.
«Non ti ho mai visto da queste parti?»
Angelo si strinse nelle spalle.
Stava imparando a uccidere con il cosmo e stava imparando a gestire il potere del Cancro, anche se Petre si era guardato bene dal dargli spiegazioni precise.
Esercitava i sensi, l’equilibrio, la rapidità.
Percorreva il tragitto Buco-Linguaglossa più volte alla settimana perché Petre faceva apposta a dargli liste della spesa sbagliate.
Sarebbe stato più semplice ordinargli di correre avanti e indietro, ma Angelo sapeva che il suo Maestro controllava i suoi tempi. Per questo voleva che facesse sempre lo stesso giro e entrasse sempre nelle stesse botteghe.
Petre gli stava insegnando molte cose. E, suo malgrado, anche Calò gliele aveva insegnate.
E se era per quelle cose che si facevano con le donne, anche quelle, Angelo, le aveva già imparate, a Catania.
Quindi sapeva dove mettere le mani.
Ma a quello che sentiva ora, nessuno lo aveva mai preparato.
Si accorse in quel momento, con imbarazzo, di non aver ancora aperto bocca.
«Sono di… vengo da Catania.»
Rosalia sorrise.
«Meno male. Credevo che avessi perso la lingua. Michele» Angelo si irrigidì, ma Rosalia non prestò attenzione al suo cambiamento d’umore. «Dice che vivi sull’Etna, con lo zingaro pazzo.»
Lo “zingaro pazzo”. Già… era così che i ragazzi di Linguaglossa chiamavano Petre.
«Petre non è uno zingaro. Le gente si sbaglia.»
«No… scusami. Non volevo essere offensiva.. io…» balbettò Rosalia.
Angelo si pentì subito di aver usato quel tono seccato.
«È che qui la gente lo chiama così.» s’interruppe pensierosa. Gli occhi bassi. «Io non sapevo nemmeno il suo nome. Pietro.»
Angelo rise.
«No, non è Pietro. Ci tiene molto alla pronuncia del suo nome… Petre.»
Rosalia ripeté il nome più volte, prima di produrre un suono corretto.
«Non è difficile.» rise. «Però, che buffo… non so ancora il tuo nome.»
Angelo sentì il cuore spalancarsi.
Glielo disse.
«È un bel nome. Un nome che fa stare bene. Io sono…»
«Sì lo so.» la interruppe, senza volerlo. Poi, resosi conto che lei poteva fraintendere un interesse che chiaramente c’era, si affrettò a precisare. «L’ho sentito l’altro giorno. Michele… Cioè, volevo dire. Rosalia.»

Rosalia la rivide.
Tre giorni dopo e poi di nuovo domenica mattina, all’uscita da messa.
Petre aveva capito che c’era qualcosa e, tutte le volte che Angelo gli chiedeva se dovesse andare a Linguaglossa, gli faceva notare «Ci sei già stato, l’altro giorno.», con uno sguardo complice che diceva più di mille parole.

Lui e Rosalia s’incontravano nei vicoli bui di Linguaglossa, a ridosso dei portoni. All’ombra delle arcate.
Nei cortili abbandonati e in fondo alle scale.
«Ti vergogni di me?» gli aveva chiesto lei, una volta, mentre allontanava il viso per fissarlo negli occhi.
Angelo aveva scosso la testa, ma non le aveva risposto.
Non lo sapeva bene nemmeno lui, perché si comportasse in quel modo. Perché cercasse le ombre per amarla, e perché preferisse che gli altri non sapessero.
«È meglio.» aveva detto dopo un po’. «Per te.»
Lei lo aveva guardato con durezza, le labbra strette.
Angelo si era allontanato da lei.
«Guardami.» le aveva detto. «Cosa credi che accadrebbe se sapessero che tu stai con me? Formeremmo proprio una bella coppia… La Regina di Maggio e il Pezzente della Montagna.»
«Sei un vigliacco.»
Lo schiaffo.
Una carezza per il corpo temprato dagli allenamenti.
Rosalia era così.
Dolce e impetuosa.
Folle nei suoi cambiamenti d’umore.
Per questo l’amava. Perché con lei l’amore si tramutava in ossessione e lui sperimentava sentimenti che non dovevano appartenergli.
«Un guerriero vive con intensità ogni suo istante, perché sa che quello dopo potrebbe essere morto.» questo gli era stato detto e questo consiglio scandiva lo scorrere dei suoi di istanti. Così Angelo viveva, divorato dalla fame.
Rosalia piangeva, la fronte contro il muro.
«A te non importa niente di me.»
Non è vero.
Angelo alzò la mano, per appoggiarla sulla sua spalla ma non lo fece.
«Sei come tutti gli altri. Vuoi solo infilarti tra le mie cosce.»
Sei ingiusta.
Pensieri.
Angelo taceva, mentre Rosalia lo accusava.
«È tardi.» le disse.
Tra tutte le cose che avrebbe potuto dirle, due parole che esprimevano impazienza.
Lei si voltò di scatto.
Il volto arrossato, gli occhi lucidi. Le labbra tumefatte perché non aveva fatto altro che morderle per la frustrazione.
Gli volò addosso.
«Scusami. Ti prego. Mi dispiace. Non volevo.»
Corte parole, inframezzate dai singhiozzi.
Perché ti scusi? Non hai fatto nulla.
Le prese il volto tra le mani.
«È meglio che vada, Petre avrà bisogno di me.»
Si lasciò il vicolo alle spalle. Come molte altre volte. I loro incontri, lunghi o brevi che fossero, attraversavano sempre tutti gli aspetti dell’amore. La felicità di rivedersi, la passione dei corpi, la gelosia del possesso, le accuse, e la frustrazione.
Dipendeva da lui, da quello che era, da quello che sarebbe stato? O da lei, da quel suo vedere le cose sempre più grandi di come in realtà erano?
Angelo scosse la testa.
Non lo sapeva, ma una cosa la sapeva.
Lei era la sorgente a cui l’assetato giungeva dopo essersi abbeverato in un deserto con i suoi fluidi.
Era il paradiso alla fine dell’inferno. E la perla nel letamaio dei porci.

Petre sedeva davanti alla casa. Angelo lo vedeva socchiudere gli occhi, per colpa della luce del sole.
«Un’altra volta.» ripeté.
Angelo si piegò in avanti e con uno slancio ripeté la verticale.
«Molto bene.» disse Petre. «Ora solleva il braccio sinistro.»
Preferirei il destro, pensò Angelo, mentre sollevava il braccio sinistro.
«Il tuo braccio più debole, vero? No, lavoreremo proprio su quello. Adesso distribuisci il peso del corpo sulle dita della mano destra.»
Angelo fece quello che gli era stato detto, contraendo i muscoli per conservare l’equilibrio.
«Ottimo. Stai andando bene.»
Petre si era alzato.
«L’equilibrio è importante, per te, Angelo. Devi imparare a conservarlo. Devi imparare a non lasciarti guidare dalle emozioni. Il potere che stai ricercando, Angelo, è molto forte. È un potere assoluto. Se imparerai a possederlo completamente, esso ti consentirà di vincere i tuoi nemici, senza combattere.»
Senza combattere?
«Senza combattere.» assentì Petre che gli aveva letto il pensiero. «Libera la mente, Angelo. Concentrati.»
Sono concentrato, accidenti.
«No. Tu non sei concentrato, tu credi di essere concentrato. Ma io leggo la tua mente. Essa vaga, Angelo.»
La mia mente?
Angelo strinse i denti. Di colpo quella finta concentrazione che credeva di aver raggiunto si spezzò e lui sentì che non sarebbe più riuscito a mantenere la posizione.
Lo sentì ancor prima che il suo corpo si inclinasse.
«Hai visto, Angelo? La tua mente era troppo piena e i pensieri creano ingorghi che impediscono al tuo cosmo di fluire. Ascolta.»
Angelo si era rimesso seduto e si massaggiava la schiena.
«Cosa devo…»
«Shhhh.» lo interruppe Petre.
Angelo tese le orecchie. Non sentiva niente. Niente all’infuori dei rumori che possono sentirsi sul versante di un vulcano, mai del tutto assopito.
«Odi?»
«Che cosa? Cosa devo sentire? La lava che borbotta? I massi che rotolano? Le fronde degli alberi smosse dal vento? Il canto degli uccelli o il frullio delle loro ali?»
Petre aveva il volto sollevato in direzione del sole, gli occhi chiusi.
Restava in silenzio. Segno che quel qualcosa che Angelo doveva sentire c’era ancora e Petre lo stava ascoltando.
Angelo fece come il suo maestro. Chiuse gli occhi e si mise in ascolto.
I rumori che aveva elencato si intrecciarono ad altri suoni. Diversi, più sommessi, ma non sconosciuti.
Angelo si concentrò. Gli venne facile questa volta. Si concentrò sui rumori di sottofondo. Il brusio che udiva era appena percettibile. Non ci avrebbe mai fatto caso. Se avesse continuato ad ascoltare senza cercare. Il brusio si fece più intenso, come se il rumore si stesse avvicinando. No, non era esatto. Era lui che scendeva in profondità, sempre più in profondità…
Aprì di scatto gli occhi.
«Non è possibile.» balbettò, mentre arretrava.
Da cosa? Da cosa stava arretrando?
Si guardò le mani. Guardò Petre.
L’uomo aveva riaperto gli occhi. Era tornato a fissarlo.
«Te lo avevo già detto, Angelo. Quando eri venuto qui per la prima volta. Ti ricordi?»
Angelo scosse la testa, senza smettere di arretrare.
Petre appoggiò la mano sulla spalliera della sedia e cominciò a trascinarla verso la porta della casa.
«Stai diventando più forte Angelo. Ciò che sei… ciò che rappresenti. Il tuo legame con i morti.»
Angelo girò la testa lentamente. Il sentiero, lungo il fianco dalla montagna. E poi il bosco. E Linguaglossa. E poi… lontano… ancora più lontano…
«Non puoi fuggire, Angelo.» Petre parlava dandogli la schiena. Il volto rivolto verso l’interno della casa. «Tu credi di poterlo fare, ma non accadrà. Loro sono con te, sempre. Devi imparare a comandare sulla morte, Angelo. Diventa ciò per cui sei nato. Ascolta la loro voce e guidali.»
«Chi? Chi devo guidare, Petre? Chi devo essere?»
Petre non rispose. Entrò nella casa, lasciando la porta aperta.
Angelo non si mosse.
Le voci dei morti erano tornate ad essere inudibili.
Non mi lasciano mai. Mai.
Voleva correre via. Lasciare tutto. Era la scelta migliore. Lasciare questo posto. Che senso aveva restare?